Il Dna cambia la storia delle sepolture medievali: adulti e bambini sepolti insieme erano quasi sempre estranei

Il Dna cambia la storia delle sepolture …

La donna identificata con la sigla wes056, sepolta con una delle sole due conchiglie di Santiago de Compostela rinvenute nell'intera necropoli. Nel cimitero sono stati trovati anche suoi familiari

Uno studio pubblicato su Science Advances ribalta una convinzione radicata nell’archeologia medievale. Analizzando il DNA antico di 142 individui provenienti da tre cimiteri della Svezia, il team guidato dalla paleogenetista Maja Krzewińska dimostra che le sepolture bisome, nelle quali adulti e bambini condividono la stessa tomba, erano raramente il riflesso della famiglia biologica. Dietro quei sepolcri si nascondeva invece una rete molto più complessa di relazioni sociali, di cura e di appartenenza comunitaria, che offre una nuova chiave di lettura della società cristiana delle origini nel Nord Europa.

Per oltre un secolo gli archeologi hanno osservato migliaia di tombe medievali formulate secondo uno schema apparentemente intuitivo. Quando uno scavo riportava alla luce uno scheletro adulto deposto accanto a quello di un bambino, in una tomba bisoma l’interpretazione sembrava quasi inevitabile: madre e figlio, padre e figlia, fratelli, membri della stessa famiglia morti a breve distanza di tempo. L’ipotesi appariva tanto logica da trasformarsi progressivamente in una sorta di regola interpretativa. In assenza di documenti scritti e prima della rivoluzione della paleogenomica, era difficile immaginare alternative convincenti.

Oggi quella certezza vacilla. Grazie all’analisi del DNA antico, una ricerca internazionale pubblicata su Science Advances dimostra che la maggior parte di quelle tombe non racconta affatto la storia di nuclei familiari. Le sepolture infantili bisome, al contrario, rivelano un sistema sociale molto più articolato, nel quale la vicinanza nella morte non coincideva necessariamente con la parentela biologica. La ricerca, intitolata Equal in Death: Ancient Genomic Analysis of Children’s Early Christian Burials, è stata coordinata da Maja Krzewińska del Centre for Palaeogenetics dell’Università di Stoccolma insieme ad Anna Kjellström, Reyhan Yaka, Ricardo Rodríguez-Varela, Anders Götherström e numerosi specialisti di archeologia, antropologia biologica e genetica del DNA antico.

Studi compiuti anche su sepolture bisome della preistoria, mostrano che non sempre i defunti erano parenti di sangue. “E’ probabile – ipotizza Federico Bernardelli Curuz, studioso di Stile arte – che la morte concomitante di due persone, specie di un bambino e di un adulto, avvenisse per ragioni molto spesso collegate a epidemie. Il bambino veniva così affidato, nella tomba, a un altro mebro della famiglia allargata, morto nelle stesse ore, affinché questa vicinanza fungesse da reciproco conforto e che il grande si prendesse cura del piccolo, nell’oscurità della morte. Altri studi, dedicati ai periodi preistorici, dimostrano che, in alcuni casi, erano cugine della madre del piccolo, defunto o zie o, persone senza analogie genetiche, come zie acquisite o madrine o forse stretti amici di famiglia”.

Anche il nuovo studio affronta una questione che negli ultimi decenni ha assunto un’importanza crescente nella ricerca archeologica: il posto occupato dai bambini nelle società del passato. L’archeologia dell’infanzia è infatti una disciplina relativamente recente. Per molto tempo l’attenzione degli studiosi si è concentrata quasi esclusivamente sugli adulti, mentre i resti dei più piccoli erano spesso esclusi dalle analisi sul genere e sull’organizzazione sociale perché il sesso biologico dei bambini non può essere determinato con affidabilità attraverso il solo esame morfologico dello scheletro.

Prima della pubertà, infatti, le differenze anatomiche tra maschi e femmine sono minime e rendono estremamente incerta qualsiasi attribuzione osteologica. Nelle necropoli cristiane medievali il problema è ancora più complesso, perché l’assenza quasi sistematica di corredi funerari priva gli archeologi di quegli elementi simbolici che in altre culture possono suggerire il ruolo sociale del defunto. Proprio per questo la paleogenomica rappresenta oggi uno strumento rivoluzionario: l’identificazione genetica del sesso consente di ricostruire la struttura delle comunità senza affidarsi a interpretazioni indirette.

Per verificare come venissero trattati i bambini nelle prime comunità cristiane della Scandinavia, i ricercatori hanno analizzato il patrimonio genetico di 142 individui, dei quali 68 subadulti e 74 adulti, recuperati da tre importanti cimiteri della Svezia: Västerhus, nell’isola di Frösön, nella regione dello Jämtland, circa 570 chilometri a nord-ovest di Stoccolma; Sigtuna, una delle prime città medievali del regno svedese, e Fjälkinge, nella Scania meridionale. I reperti appartengono al periodo compreso tra la tarda età vichinga e il pieno Medioevo, cioè agli anni nei quali il cristianesimo si consolida definitivamente nella penisola scandinava, trasformando non soltanto la religione ma anche il modo di concepire la morte e l’organizzazione dello spazio funerario.

Per comprendere la portata della scoperta è necessario soffermarsi su un tipo particolare di sepoltura che gli archeologi definiscono bisoma, termine derivato dal greco bis e soma, “due corpi”. Con questa espressione si indicano tutte le tombe che accolgono due individui deposti nello stesso spazio funerario. In realtà il fenomeno è molto più complesso di quanto la definizione lasci immaginare. Esistono infatti sepolture simultanee, nelle quali due persone vengono inumate nello stesso momento, e deposizioni successive, quando una tomba già esistente viene riaperta per accogliere un secondo defunto. Esistono inoltre tombe collettive, sepolture familiari, fosse comuni dovute a epidemie o a eventi bellici e riutilizzi rituali dello stesso sepolcro. Distinguere questi casi rappresenta uno dei problemi più delicati dell’archeologia funeraria.

Le sepolture bisome non sono una peculiarità della Scandinavia medievale. Sono documentate nell’Egitto faraonico, nel mondo greco, nelle necropoli romane, tra Longobardi e Franchi e in numerosi cimiteri cristiani europei. Ogni cultura attribuisce loro significati differenti: possono rappresentare l’unione di una coppia, la morte contemporanea di madre e neonato durante il parto, la sepoltura di vittime di un’epidemia, il ricongiungimento simbolico di membri della stessa famiglia oppure pratiche legate al prestigio sociale. Proprio questa enorme varietà ha spinto per decenni gli studiosi a considerare la parentela biologica come la spiegazione più semplice quando un adulto e un bambino venivano trovati nella stessa fossa.

La ricerca svedese dimostra invece che questa realtà non riguarda l’intera casistica. Gli autori hanno sottoposto tutti gli individui a un articolato programma di sequenziamento genomico, ricostruendo il sesso biologico, i rapporti di parentela, i segmenti di DNA condivisi e persino alcuni aspetti dell’immunogenetica attraverso l’analisi degli alleli HLA. Per evitare errori, i risultati ottenuti con differenti algoritmi di ricostruzione genealogica sono stati confrontati tra loro e accettati solo quando i diversi metodi producevano conclusioni coincidenti. Si tratta di una procedura estremamente rigorosa che permette di distinguere con buona sicurezza genitori e figli, fratelli, nonni, zii, cugini e parenti più lontani.

Il primo risultato sorprende immediatamente. Delle cinquanta sepolture multiple analizzate, la grande maggioranza non contiene affatto parenti stretti. A Västerhus, il sito meglio conservato e più ampiamente campionato, appena il 12% delle tombe multiple con dati genetici sufficienti ospitava individui legati da un rapporto di primo grado, come padre e figlio oppure due sorelle. A Sigtuna la percentuale è analoga, mentre a Fjälkinge non è emerso alcun caso significativo di parentela stretta all’interno della stessa tomba. Ancora più significativo è il fatto che i rapporti di secondo grado — zii, nipoti, nonni o cugini — risultano frequenti all’interno dell’intero cimitero, ma raramente tra persone deposte nello stesso sepolcro. In altre parole, il cimitero era popolato da famiglie biologicamente connesse, ma la singola tomba non era il luogo destinato a riunire i consanguinei. È una distinzione sottile, ma destinata a cambiare profondamente il modo in cui gli archeologi interpreteranno le necropoli medievali europee.

La famiglia non coincideva con il sangue
Il dato più sorprendente emerso dalla ricerca riguarda proprio il significato della parentela. Per lungo tempo gli archeologi hanno dato quasi per scontato che la condivisione della tomba riflettesse l’esistenza di una famiglia biologica. Lo studio dimostra invece che questa equivalenza è, nella maggior parte dei casi, inesatta. Gli individui deposti nello stesso sepolcro erano spesso legati da rapporti che la genetica non registra: convivenza, affinità, responsabilità reciproche, appartenenza allo stesso gruppo domestico o alla medesima comunità religiosa.

È una distinzione fondamentale perché introduce un concetto ormai centrale nell’antropologia contemporanea: la parentela sociale. In tutte le società umane, infatti, la famiglia non coincide necessariamente con il patrimonio genetico. L’adozione, l’affidamento, il matrimonio, il servizio domestico, il rapporto di apprendistato e persino il pellegrinaggio potevano creare vincoli riconosciuti dalla comunità quanto quelli di sangue. Gli stessi autori ricordano che nella Scandinavia altomedievale il nucleo familiare comprendeva spesso parenti lontani, servi, dipendenti, bambini affidati e persone ridotte in schiavitù, mentre la progressiva cristianizzazione della Scandinavia introduceva una nuova concezione ecclesiastica della parentela senza cancellare le forme tradizionali di appartenenza alla casa e al clan.

L’affermazione del cristianesimo rappresenta il vero sfondo storico dello studio. Tra la fine del X e l’XI secolo le antiche pratiche funerarie scandinave vengono progressivamente sostituite da un modello molto più uniforme. Le tombe si orientano secondo l’asse est-ovest, i corpi vengono deposti supini, scompaiono quasi del tutto i ricchi corredi funerari tipici dell’età vichinga e il cimitero diventa uno spazio consacrato regolato da precise norme liturgiche. Soltanto i battezzati possono essere sepolti all’interno del camposanto e la posizione della tomba riflette spesso l’ordine sociale della comunità: il clero e le élite vengono collocati in prossimità della chiesa, mentre gli individui di condizione inferiore occupano le aree periferiche. Alcune raccolte legislative medievali della Norvegia, ricordate dagli autori, prescrivono addirittura una separazione spaziale tra uomini e donne, con i maschi sepolti sul lato meridionale e le femmine su quello settentrionale del cimitero. Lo studio dimostra che queste norme non riguardavano soltanto gli adulti ma influenzavano anche la sepoltura dei bambini.

L’analisi del DNA antico ha infatti restituito uno dei risultati più inattesi dell’intera ricerca. A Västerhus, il cimitero meglio conservato, i bambini seguono quasi sempre la stessa distribuzione spaziale degli adulti: i maschi vengono deposti prevalentemente nelle aree maschili, mentre le bambine occupano gli spazi destinati alle donne. Significa che l’identità di genere era riconosciuta e rappresentata già nell’infanzia, molto prima che i giovani assumessero un ruolo attivo nella società. È un elemento di straordinario interesse perché dimostra che la costruzione sociale del genere iniziava precocemente e trovava espressione persino nella geografia del cimitero. Lo schema, tuttavia, non è assoluto. Alcune bambine risultano sepolte nell’area riservata agli uomini, spesso accanto a individui adulti di sesso maschile. Gli autori invitano alla prudenza nell’interpretazione, ma ipotizzano che possano aver influito circostanze particolari: condizioni familiari eccezionali, status sociale, modalità della morte oppure questioni religiose legate al battesimo. Nei primi secoli della cristianizzazione, infatti, i neonati morti prima di ricevere il sacramento potevano essere esclusi dalla piena sepoltura in terra consacrata, costringendo le comunità a trovare soluzioni che conciliassero le norme ecclesiastiche con il desiderio di non abbandonare i propri morti.

Tra le figure che emergono dal cimitero di Västerhus, una in particolare restituisce un volto umano alla ricerca genetica. È la donna identificata con la sigla wes056, sepolta con una delle sole due conchiglie di Santiago de Compostela rinvenute nell’intera necropoli. In un contesto cristiano quasi privo di corredi funerari, quell’oggetto assume un valore eccezionale. La conchiglia era infatti il simbolo del pellegrinaggio a Santiago e testimonia che quella donna aveva compiuto uno dei viaggi devozionali più lunghi e impegnativi dell’Europa medievale, attraversando migliaia di chilometri dal cuore della Scandinavia fino alla Galizia. L’analisi genomica dimostra inoltre che apparteneva a un vasto gruppo familiare presente nel cimitero e sepolto nelle posizioni più prestigiose, vicino alla chiesa. Per gli autori si tratta di un indizio significativo del suo elevato status sociale e della mobilità di alcune donne nel Medioevo cristiano, un tema che la documentazione storica lascia intravedere solo raramente.

Lo studio apre anche una prospettiva più ampia sul rapporto tra paleogenomica e archeologia. Negli ultimi dieci anni il DNA antico ha rivoluzionato la ricostruzione delle migrazioni preistoriche, dell’espansione degli agricoltori neolitici, delle popolazioni dell’età del Bronzo e del mondo vichingo. Oggi questa rivoluzione raggiunge un nuovo livello, perché non si limita più a raccontare gli spostamenti delle popolazioni, ma entra nella vita quotidiana delle comunità medievali, ricostruendo genealogie, reti familiari e rapporti sociali impossibili da leggere soltanto attraverso le ossa o la disposizione delle tombe.

Gli autori mostrano, ad esempio, che a Västerhus esistevano grandi reti di parentela distribuite nell’intero cimitero, mentre le singole sepolture bisome sembrano riflettere soprattutto l’organizzazione della comunità piuttosto che la semplice famiglia biologica. È un risultato destinato a influenzare la lettura di numerosi altri cimiteri europei, dove analoghe tombe doppie sono state finora interpretate quasi esclusivamente come sepolture familiari.
Naturalmente gli stessi ricercatori invitano alla cautela. Le sepolture bisome possono nascere anche da circostanze occasionali: epidemie, incidenti, morti ravvicinate o esigenze pratiche nella gestione del cimitero.

Tuttavia l’assenza di evidenze riconducibili a eventi catastrofici e la straordinaria coerenza dei dati genetici suggeriscono che il fenomeno osservato nei tre siti svedesi non sia casuale. Le tombe raccontano una società nella quale la memoria dei defunti era costruita intorno alla comunità più che al singolo nucleo familiare e nella quale il concetto stesso di famiglia comprendeva una rete di relazioni molto più ampia di quella definita dal patrimonio genetico.

Per gli archeologi è un cambiamento di paradigma. Per decenni la posizione di due scheletri nello stesso sepolcro è stata considerata una prova quasi automatica di parentela biologica. Oggi il DNA antico dimostra che la realtà era molto più complessa. Le sepolture bisome della Scandinavia medievale non parlano soltanto di padri, madri e figli, ma di affidamenti, protezione, appartenenza, prestigio, fede e identità collettiva. In definitiva raccontano una società nella quale il legame più forte non era necessariamente quello del sangue, ma quello costruito dalla vita condivisa. È forse questa la lezione più importante del lavoro di Maja Krzewińska e dei suoi colleghi: la genetica non ha demolito l’archeologia, ma le ha restituito una dimensione profondamente umana, ricordando che la storia delle persone non può essere spiegata soltanto dai geni, ma anche dai legami sociali che esse hanno costruito e che le comunità hanno scelto di onorare persino dopo la morte.

Lo studio Equal in Death: Ancient Genomic Analysis of Children’s Early Christian Burials è stato pubblicato nel 2026 sulla rivista Science Advances, è firmato da Maja Krzewińska, Anna Kjellström, Reyhan Yaka, Ricardo Rodríguez-Varela, Zoé Pochon, Vendela Kempe Lagerholm, Charlotte Hedenstierna-Jonson, Torun Zachrisson, Natalija Kashuba, Anders Götherström e altri collaboratori internazionali. DOI: 10.1126/sciadv.aeb8588.
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"È la donna identificata con la sigla wes056, sepolta con una delle sole due conchiglie di Santiago de Compostela rinvenute nell’intera necropoli......testimonia che quella donna aveva compiuto uno dei viaggi devozionali più lunghi e impegnativi dell’Europa medievale, attraversando migliaia di chilometri dal cuore della Scandinavia fino alla Galizia".